Le cose che finiscono. E quelle che iniziano.

Quando muore una persona cara, le prime cose a cui pensi sono le parole. Sai che non le sentirai più e soffri, perché sai che ti mancheranno.

A me non è così. Non mi mancheranno le parole, perché non era una persona loquace – come tutto quel ramo della famiglia, d’altronde – e perché le ultime parole che avevano un senso, cioè prima che l’alzheimer la spingesse a metterne in fila alcune come se fossero state prese a caso da un vocabolario, risalgono alla prima metà degli anni novanta. Paradossalmente uno dei ricordi più nitidi è anche uno dei meno recenti ed è collocabile nel giorno 26 aprile 1986 (ricordo perfettamente la data, poiché la sera qualcuno tentò di spiegarmi cosa fosse successo a Chernobyl). Quel giorno lo trascorsi a casa dei nonni, e, molto soddisfatta, me ne tornai a casa con dei vestiti per la mia bambola. Il resto consiste in una disordinata serie di istantanee, ma dai contorni così sfumati che mi viene da definirle “impressioniste”.

Insomma, le parole non mi hanno insegnato molto.

Eppure ho imparato, ultimamente, una cosa da alcuni gesti: ho imparato cosa significa “comunione di vita”. Meno di tre mesi fa è morto mio nonno. La notte prima di morire l’aveva trascorsa con il braccio poggiato sulla spalla di mia nonna, unico gesto che la sofferenza della malattia gli permetteva ancora di fare. Il giorno dopo la morte del marito, e, quindi, la prima notte da sola, a mia nonna dagli occhi cadevano lacrime. Non mi sento di dire “piangeva”, ché il pianto fa pensare ad una consapevolezza che nella fase avanzata dell’alzheimer non si ha. Ma la sensazione è che abbia percepito la mancanza. E, a distanza di poco, è andata via anche lei.

Ora resta una casa vuota.

La cosa che mi intristisce di più è pensare ai mobili che si smontano, ai parati che si staccano. Alla casa, luogo di aggregazione per i figli e per noi nipoti, che si svuota. A quel rincorrersi di voci, di risate, sotto il pergolato nei pomeriggi d’estate. Agli inverni intorno al camino a mangiare castagne e a raccontarsi qualcosa.

Mi viene da pensare alle generazioni che vengono a mancare. E a quelle che verranno. E che monteranno altri mobili, che verniceranno altre stanze, che occuperanno altre case.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...