Il mio secondo autografo

L’ultima (e unica) volta che ho chiesto l’autografo a qualcuno si trattava di Alessandro Del Piero.
E avevo quindici\sedici anni.
La settimana scorsa, però, non ho resistito…

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I like

I like to see people reunited, I like to see people run to each other, I like the kissing and the crying, I like the impatience, the stories that the mouth can’t tell fast enough, the ears that aren’t big enough, the eyes that can’t take in all of the change, I like the hugging, the bringing together, the end of missing someone.

In fondo, mi accontento di poco

Ho deciso cosa regalarmi per Natale: i dvd della prima stagione di “Downton Abbey”. La serie britannica è stata ideata, scritta e prodotta da Julian Fellowes, che nel 2002 ha vinto un Oscar per la sceneggiatura di “Gosford Park”.


Il plot è il seguente:

Ambientata nella fittizia Downton Abbey, tenuta di campagna nello Yorkshire del Conte e della Contessa di Grantham, la serie segue le vite dell’aristocratica famiglia Crawley e dei loro servitori a partire dal 15 Aprile 1912, data di affondamento del RMS Titanic. Alla notizia della tragedia, la famiglia Crawley è sconvolta nell’apprendere che l’erede alla loro proprietà, nonchè alla cospicua dote della Contessa Cora, è deceduto nel naufragio. Nuovo beneficiario diventa il giovane Matthew, membro della piccola borghesia e cugino di terzo grado della famiglia, esercitante la professione di avvocato in un piccolo villaggio inglese. I Crawley, soprattutto la Contessa Madre Violet, inorridiscono al pensiero che ad una persona “che lavora”, senza la minima intenzione ad adattarsi alla vita aristocratica da loro condotta, spettino i loro interi averi.

Le cose che finiscono. E quelle che iniziano.

Quando muore una persona cara, le prime cose a cui pensi sono le parole. Sai che non le sentirai più e soffri, perché sai che ti mancheranno.

A me non è così. Non mi mancheranno le parole, perché non era una persona loquace – come tutto quel ramo della famiglia, d’altronde – e perché le ultime parole che avevano un senso, cioè prima che l’alzheimer la spingesse a metterne in fila alcune come se fossero state prese a caso da un vocabolario, risalgono alla prima metà degli anni novanta. Paradossalmente uno dei ricordi più nitidi è anche uno dei meno recenti ed è collocabile nel giorno 26 aprile 1986 (ricordo perfettamente la data, poiché la sera qualcuno tentò di spiegarmi cosa fosse successo a Chernobyl). Quel giorno lo trascorsi a casa dei nonni, e, molto soddisfatta, me ne tornai a casa con dei vestiti per la mia bambola. Il resto consiste in una disordinata serie di istantanee, ma dai contorni così sfumati che mi viene da definirle “impressioniste”.

Insomma, le parole non mi hanno insegnato molto.

Eppure ho imparato, ultimamente, una cosa da alcuni gesti: ho imparato cosa significa “comunione di vita”. Meno di tre mesi fa è morto mio nonno. La notte prima di morire l’aveva trascorsa con il braccio poggiato sulla spalla di mia nonna, unico gesto che la sofferenza della malattia gli permetteva ancora di fare. Il giorno dopo la morte del marito, e, quindi, la prima notte da sola, a mia nonna dagli occhi cadevano lacrime. Non mi sento di dire “piangeva”, ché il pianto fa pensare ad una consapevolezza che nella fase avanzata dell’alzheimer non si ha. Ma la sensazione è che abbia percepito la mancanza. E, a distanza di poco, è andata via anche lei.

Ora resta una casa vuota.

La cosa che mi intristisce di più è pensare ai mobili che si smontano, ai parati che si staccano. Alla casa, luogo di aggregazione per i figli e per noi nipoti, che si svuota. A quel rincorrersi di voci, di risate, sotto il pergolato nei pomeriggi d’estate. Agli inverni intorno al camino a mangiare castagne e a raccontarsi qualcosa.

Mi viene da pensare alle generazioni che vengono a mancare. E a quelle che verranno. E che monteranno altri mobili, che verniceranno altre stanze, che occuperanno altre case.

Como

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Quando guardo questo campanile, dopo essere stata lontano più o meno tanto da Milano, penso: “Beh, sono a casa”.

Chiesa di Santa Maria del Rosario, via Solari.

Palazzo di Novalinda Viviani Cova

Uno degli edifici di Milano che preferisco è il palazzo di Novalinda Viviani Cova, in via Carducci, 36.

Questo palazzo, edificato in una delle zone più centrali di Milano, tra il Castello Sforzesco e la piazza Sant’Ambrogio, fu commissionato da Novalinda Viviani Cova e realizzato con alcune modifiche rispetto al progetto presentato dall’architetto Adolfo Coppedé il primo febbraio 1910. Situato all’incrocio di due vie, quest’edificio è contraddistinto da un’architettura chiaramente ispirata all’eclettico tono neo-medievale dei castelli del fratello progettista Gino Coppedè. (…) La sua posizione determina un’accurata decorazione di entrambe le due facciate, che risultano egualmente rifinite, e una particolare cura nella zona d’angolo che risulta impreziosita da un bellissimo loggiato sporgente con copertura spiovente sovrastante il piano terreno adibito a negozi. Il rivestimento a bugnato arriva fino alla cornice del primo piano, poi il rivestimento del resto del paramento architettonico prosegue con il mattone rosso, a eccezione della parte ad intonaco proprio nella loggia d’angolo. Elementi in finta pietra si trovano nelle ali del quarto piano anch’esse protette da tetto spiovente con copertura in coppi e travature portanti in legno squadrato. Altri elementi decorativi sono realizzati in amalgama cementizio bianco, come le profilature degli archi attorno alle finestre e dei merli, le colonnine e i trafori delle balaustre, i doccioni, le caditoie della torre, che risulta impostata a partire dal quarto livello sul lato di via San Vittore. La costruzione dell’edificio viene affidata all’impresa Luigi Arienti che già collaborava con l’architetto Adolfo Coppedè, e nel 1915 viene rilasciata l’abitabilità per il piano aggiunto. Attualmente il palazzo si presenta con un’ulteriore e recente sopraelevazione in corrispondenza del lato di via Carducci.

Fabio Carria, “La conservazione delle facciate. Materiali e tecniche per il recupero”, Tecniche Nuove, pag. 153.